Piccole considerazioni, il PIL e il PNL
In questi giorni si assiste alla solita disquisizione sul PIL, sul debito pubblico italiano rapportato al PIL, la crescita del PIL del mondo occidentale e così via. Tutti discorsi che partono e si concludono nella analisi delle forze che animano, espandono e comprimono il PIL.
Queste disquisioni, però, non esauriscono l’analisi del mondo economico che ci circonda sia livello micro (di noi consumatori) sia a livello macro (nazioni), perchè non tiene conto di una classe di attori importantissimi: le aziende.
Storicamente, a livello dottrinale, tutte le teorie economiche sulle aziende vengono associate in massima parte alla microeconomia. In realtà questo modo di vedere, per me, è superato: ormai le aziende non sono più legate ad una realtà locale in maniera forte, ma si muovono su scala internazionale e, in molti casi, muovono cifre che sono molto consistenti e superano il PIL di alcune nazioni, basti pensare che le cifre che muovono i mercati valutari sono molto superiori alle riserve valutarie disponibili presso le banche centrali. Ormai alcune aziende possono essere considerate come interlocutori del rango di nazioni: pensiamo ad una azienda che volesse creare un impianto industriale in italia, e magari investisse due miliardi di euro (non ridete, è accaduto l’anno scorso, per cifre maggiori, in Germania). E’ una cifra di tutto rispetto. Praticamente investe, da sola, un valore pari a circa un quindicesimo della manovra finanziaria italiana di quest’anno. Secondo il metro italiano, dove fino a ieri si parlava di distretti industriali, e dove le nostre aziende sono per la maggior parte di dimensioni piccole, se non microscopiche (rapportate alla media delle altre nazioni e alla competizione internazionale), se la realtà locale soffre, soffre anche l’azienda.
E invece no.
Ormai si assiste alla scissione tra produzione e consumazione: la STM ha studiato un chip presso il suo centro di sviluppo in India, lo assembla in Cina (Shangai) lo mette su un cellulare e lo vende in Italia. Noi mettiamo solo il consumatore. E la STM (azienda italofrancese, per la cronaca) guadagna.
Senza però che il PIL italiano ne tragga beneficio.
Con questo non voglio dire che bisogna fare leggi per vietare ciò: sarebbe sbagliato e controproducente. La possibilità di importare dalla Cina prodotti a basso costo permette da un lato ai nostri consumatori di permettersi certi prodotti e certi vizi (esempio: cambiare cellulare ogni 6 mesi, o avere cellulari sempr epiù sofisticati a prezzi più contenuti), dall’altro tiene bassa l’inflazione come neanche le banche centrali potrebbero permettersi. Adesso che la Cina ha aumentato le tariffe minime (perchè vi sono sempre più proteste e rivolte soffocate anche violentemente dal governo, il quale, per cercare di arginare queste proteste ha deciso di aumentare le tariffe minime) ci si aspetta un aumento generale dell’inflazione. (Non esultate: parliamo sempre di lavoratori che prendevnao poco più di 100 euro al mese, quando passano a 120 euro, per loro è molto, ma sono sempre più competitivi dei nostri operai, inoltre vi sarà sempre una nazione più competitiva (da un anno a queta parte alcune società cinesi hanno spostato la loro produzione in Bangladesh, che ha costi del lavoro inferiori agli stessi cinesi). Per cui, i posti di lavoro persi, i mestieri trasferitisi in CIna, non torneranno più.)
Ma torniamo alle nostre considerazioni.
COn l’esempio della STM, cosa è accaduto?? PIL immutato, ma utili aziendali in crescita, proprio come accade negli USA: la crescita del loro PIL è diminuita (è però sempre a livelli stratosferici per noi europei), ma gli utili aziendali aumentano di molto, questo perchè molte produzioni sono state spostate dagli USA a paesi dove il costo del lavoro è minore. Gli utili aziendali, dove si riflettono?? Sul PNL, Prodotto Nazionale Lordo. Il PIL misura ciò che viene prodotto come servizi, industria o altro, in uno spazio geografico (esempio, nell’Italia), senza curarsi se le industrie o altro siano di proprietà, ad esempio, dell’Italia oppure no. QUindi il PIL è il valore di tutti i beni e servizi finali prodotti all’interno di un paese in un dato periodo. Il PNL, invece è il valore di tutti ibeni e servizi prodotti sia all’interno di un paese che al suo esterno, purchè di proprietà degli appartenenti al paese suddetto. La produzione operata da cittadini italiani che lavorano in Svizzera, ad esempio, aumenta il PIL svizzero (non quello italiano, perchè non prodotto in Italia) e aumenta il PNL italiano (in quanto prodotto da cittadini italiani su suolo straniero).
Questo lo sivede anche con le aziende, in particoalr eocn quelle americane: producono molto all’estero e aumentano i loro profitti e il PNL statunitense, mentre il PIL USA rallenta.
Per cui, e si torna alle considerazioni originarie, a mio avviso dare troppo accento al PIL, significa evidenziare solo una parte del problema, per avere una visione più completa, oltre al PIL bisognerebbe analizzare compiutamente anche il PNL.
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