Siamo in recessione? -2-

Riprendiamo un attimo l’argomento trattato ieri. Appurato che, da un punto di vista tecnico, siamo in recessione, il problema è: come uscire da tale situazione? Escluso che si possano avere finanziamenti a fondo perduto come fu nel piano Marshall, escluso che un’altra Guerra Mondiale possa accadere (per la cronaca: con la Seconda Guerra Mondiale vi fu un regime di iperinflazione che di fatto azzerò il mostruoso debito pubblico italiano), escluso che si possa utilizzare la svalutazione della lira (che non esiste più) per aiutare le imprese (come accadde con la crisi finanziaria del 1993-1994 e come accadden per tutti gli anni ‘80), cosa si può fare? Consideriamo anche che il debito pubblico italiano non permette grandi manovre espansive.
La situazione parrebbe senza speranza.
Eppure alcuni aspetti positivi e punti di forza ci sono: abbiamo un tessuto economico di un certo livello, come anche delle competenze di un certo livello. Il problema è rilanciare un motore (quello economico) che, tutto sommato, è abbastanza buono.
A mio avviso il primo problema da affrontare è la fiducia delle famiglie.
Non scopro un mistero, se affermo che vi è una profonda crisi di fiducia nel tessuto economico e sociale italiano. Quale potrebbe essere una iniezione di fiducia? Suggerirei una spinta dell’occupazione. Gli amanti dell’ISTAT e delle statistiche diranno che negli ultimi anni la disoccupazione è calata. In realtà, se guardiamo oltre il dato puramente contabile, si è trattato per lo più di regolarizzazioni di lavoro in nero.
A mio avviso si può rilanciare l’occupazione con due mosse: approfittando del rimborso IRAP e rivedendo la flessibilità del lavoro. Se ne potrebbe aggiungere una terza, ma ne parliamo dopo.
Il primo punto è, a mio avviso il più “semplice”. Sappiamo che lo Stato Italiano deve restituire l’IRAP. A questo punto, invece di una restituzione “a pioggia” si può attuare una restituzione finalizzata all’assunzione: lo Stato dà i soldi a chi maggiormente assume. In tal modo il costo del lavoro, per l’impresa, viene abbattuto e si rilancia il mondo occupazionale. Questo punto porta all’altro, ovvero rivedere la flessibilità del lavoro.
Premetto che reputo la flessibilità lavorativa una buona cosa, MA ENTRO CERTI LIMITI. In Italia, le aziende, se ne sono decisamentevapprofittate, usando i contratti a progetto e CO CO CO per coprire vuoti strutturali di organico. Ovviamente un lavoratore a tempo determinato, con incertezza sul futuro, cosa fa? Risparmia (ipotizzando che il suo contratto non venga rinnovato) e ha scarsa fiducia nel futuro, così i consumi interni si deprimono. A questo punto, a mio avviso, si dovrebbe introdurre una norma in base alla quale, se un’azienda utilizza per un certo punto e in maniera sistematica i contratti a tempo determinato, deve essere costretta ad assumere dei lavoratori a tempo indeterminato, in quanto sta cprendo dei buchi strutturali di organico con degli strumenti contrattuali che non sono stati pensati per quello. In tal modo si salvaguarda la flessibilità, ma si evita che le aziende se ne possano aprofittare. In tal modo rilanciamo l’occupazione e diamo una iniezione di fiducia alle famiglie.
Come finanziare la restituzione dell’IRAP? Questo è il problema. A mio avviso, e anche se mi dispiace un pò dirlo, l’unica strada è una tassazione delle rendite finanziarie e patrimoniali, ma non in maniera indiscriminata, ma andando a colpire solo i redditi elevati (a mio avviso, la soglia che un tempo suggerì bertinotti dei 100.000 euro, è troppo bassa. Io direi dai 500.000 euro in poi, o anche dai 750.000 euro in poi).
E con questo esaurirei i due punti di cui sopra.
Avevo accennato ad un terzo strumento, che sarebbe: invogliare gli investimenti con la defiscalizzazione. Mi spiego: lo Stato non dovrebbe finanziare (perchè non ha i soldi), ma dovrebbe garantire alle aziende che, se fanno impianti produttivi di una certa rilevanza (economica e finanziaria) o centri di servizi di una certa rilevanza, i nuovi investimenti sono detassati. Si ottiene che le aziende sono invogliate a investire (creando occupazione e sviluppo) e lo Stato non deve toccare le entrate o i soldi a disposizione (si parla di defiscalizzare i nuovi investimenti, quindi su voci su cui lo Stato non ha mai fatto prelievi o altro). E’, in parte, la strada che sta seguendo la Germania per alcuni siti produttivi della Germania Est.

Un altro problema aperto è il costo della vita. Spiace dirlo, ma la strada è quella del supermarket (stile GS o Carrefour o Wall Mart) che, grazie ad economie di scala, possono contenere i prezzi. Siccome la concorrenza sarà spietata, in ogni caso molti piccoli commercianti spariranno, lo Stato a questo punto dovrebbe agevolare tale transizione che permetterebbe di tenere sotto controllo l’inflazione, e semplificare la catena distributiva (evitando eccessivi rincari). Il problema diventa agevolare tale transizione: la prima via è spingere i piccoli commercianti a farsi inglobare e a lavorare all’interno dei supermarket. Un’altra via è sviluppare gli spacci comunali (tipo cooperative) un pò ovunque che assorbirebbero i piccoli commercianti e permetterebbero forti economie di scala. Ma quest’ultimo punto, credo sia di difficile applicazione.

In ogni caso, staremo a vedere come i politici intendono reagire alla nostra situazione economica.

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