L’Italia è un paese capitalista?

Un paio di giorni fa, parlando con un amico, mi è capitato di riflettere su quanto l’Italia possa definirsi un paese capitalista o, per essere più precisi, quanto la cultura della libera impresa sia attecchita in Italia. Personalmente definirei l’Italia, un paese “non capitalista” (in cui la ricchezza e la riuscita personale vengono visti in senso negativo), concetto ben diverso da quello di paese “comunista”. Infatti in Italia trova terreno fertile una fusione tra cattolicesimo e comunismo, che nel passato generò la definizione di “cattocomunismo”.


Tale termine nasce dal dibattito politico che in Italia va dal 1955 al 1970 e pone le basi di quello che successivamente (negli anni settanta) verrà definito appunto “cattocomunismo”, termine con il quale si indica una convergenza tra cattolici e comunisti (anzi tra le due ideologie). In realtà tale confluenza era, a mio parere, necessaria e ovvia: il Cristianesimo è la religione che più si avvicina al comunismo, non a caso, negli anni ’80, una folta area della DC deciderà di dialogare non con il PSI, ma con il PCI: mi riferisco in particolare all’area che era comandata da De Mita e che dialogava con Occhetto (grazie a questo dialogo e alla volontà di Occhetto di mutare e sfidare le correnti interni del PCI, abbiamo gli attuali DS).


Ma la religione cattolica e il comunismo non dovrebbero essere antitetici? Facciamo alcune considerazioni storiche. In realtà, il problema dell’ateismo, nasce da una visione puramente materialistica di Marx, il quale vede la religione come uno strumento per opprimere e controllare le masse (detto per inciso, se ci si fa caso, la chiesa cristiana, è l’organizzazione religiosa che più si avvicina ad un modello paramilitare). Se eliminiamo dalla dottrina marxista (da cui poi deriverà con successive evoluzioni l’attuale ideologia comunista) il riferimento alla religione intesa come “oppio dei popoli”, osserviamo che la dottrina comunista non subisce perdite nei suoi caratteri principali, in particolare nelle concezioni economiche che sono la base portante della dottrina marxista (infatti, più che un filosofo di tipo ottocentesco, Marx era un economista, o al massimo un filosofo secondo la definizione illuminista, ovvero un uomo colto che si interroga sull’uomo e sulla sua condizione).


Di contro, la religione cristiana è l’unica religione per la quale la ricchezza è peccato in quanto tale. Infatti quali sono gli insegnamenti che più di tutti ci vengono sempre ricordati? Il discorso della montagna, in particolare quando si dice “beati i poveri perchè di loro è il regno dei cieli”, e anche la famosa frase: “è più facile per un cammello passare dalla cruna di un ago, che un ricco entrare nel regno dei cieli”. Sono questi gli insegnamenti che più di tutti ci vengono trasmessi e che colpiscono del cristianesimo. Anzi che lo distinguono dalle altre religioni: anche le altre religioni sono pacifiste (escludendo gli estremismi, ovviamente, cosa di cui è pieno anche il Cristianesimo, basti pensare a qualche esempio come le conversioni forzate, le Crociate, l’Inquisizione….), ma solo nel cristianesimo vi è la colpevolizzazione della ricchezza in quanto tale. In altre religioni (tra gli ortodossi, i calvinisti, i luterani, i musulmani…) la ricchezza è considerata il segno tangibile della benevolenza divina che premia l’uomo per la sua laboriosità e rettitudine. Nel cristianesimo, invece, sembra che la ricchezza sia segno del Male: non a caso, molti ordini monastici hanno fatto della povertà, almeno in origine, il loro segno distintivo e caratteristico: mi sto riferendo in particolare all’ordine dei francescani che tanta importanza ha rivestito nella Chiesa, ma anche all’ordine Benedettino o Domenicano (anche se quest’ultimo, come quello Gesuita, si configura anche con altre peculiarità, che lo resero strumento ideale dell’Inquisizione). Proprio dalla ricerca della povertà e dal rifiuto del mondo materiale sono nate alcune “eresie” (come quella dei catari, o quella di alcuni sotto-ordini dell’ordine francescano). Tale divieto verso la ricchezza lo si riscontra nel divieto medievale di partecipare a banche, finanziamenti e altre forme di finanza e di economia.

Ora, tale influsso della religione cristiana è stato particolarmente forte in Italia: non solo tale influsso dura ininterrottamente da 2000 anni, ma in Italia, non vi è mai stato spazio in passato (se non marginalmente) per altre religioni, di conseguenza queste non hanno potuto contribuire al sostrato culturale ed etico che ormai formano graniticamente la visione “italiana” e che rendono, a mio avviso, l’Italia il paese che, con maggiore probabilità, può essere definito “non capitalista”, dove la ricchezza viene vista, dai più, quasi come una colpa.

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